Trasformarsi senza rinunciare a se stessi. La crisi come momento di passaggio.

La rappresentazione del futuro e la crisi come opportunità

Questo breve articolo si pone l’obiettivo di proporre una teoria per la Crisi, una teoria che possa guardare ai diversi contesti in cui può verificarsi, sia dunque in situazioni sociali ed economici come politici e individuali, psicologici e antropologici.

Avere una Teoria è per contrasto la cosa più pratica proprio per affrontare una delle cose che definiscono la vita degli individui e dei sistemi ~~~d’, individui (ad esempio sistemi produttivi o culturali, sistemi politici quanto economici). Avere una teoria del cambiamento e della crisi produce proprio una maggiore capacità di affrontare questi aspetti dell’esistenza e spesso di prevedere e gestire le trasformazioni che ne conseguono ottenendo un migliore adattamento e aumentando le possibilità di sopravvivenza.

La proposta in questione è una proposta teorica che tende a definirsi come uno strumento di comprensione dei momenti o delle fasi di Crisi e dunque necessariamente di Cambiamento e Trasformazione; uno strumento che possa essere integrabile con le diverse attitudini lavorative e sociali e divenire un modo, tra i diversi possibili, per interpretare situazioni di Crisi e Trasformazione che si caratterizzano –forse tutte- per due aspetti fondamentali, l’incertezza dell’esito e una misura variabile e non sempre prevedibile di ansia e preoccupazione.

 

Rappresentazioni degli scenari futuri

La rappresentazione di Sé nel futuro agisce come un core organizzativo principale del comportamento animale e umano (decision making). In tal senso il passato ci appare una  risorsa da cui estrarre selettivamente delle soluzioni  (ovviamente il passato si compone anche di accadimenti non registrati consapevolmente e quindi di diversa “estrazione” nei processi di recupero della memoria).

Dunque la visione delle cose nel futuro e dunque di Se stessi nel futuro diviene di fondamentale importanza per il presente e per la gestione delle proprie azioni ed emozioni nel presente stesso e delle azioni ed emozioni come legate alla rappresentazione di sé nel futuro.

L’Adattamento ovvero la sopravvivenza dell’identità nel tempo (sia un’identità culturale o antropologica; individuale o di appartenenza; aziendale o famigliare), funziona anche in base ad una rappresentazione del futuro che si è confermata e stabilizzata.

In parte equivale a dire che una buona previsione dello scenario futuro unita ad una discreta plasticità garantisce la sopravvivenza nel cambiamento. In questo senso possiamo aggiungere che avere delle aspettative è strettamente collegato alla rappresentazione di Sé nel futuro e alle proprie capacità di previsione e adattamento.

 

Trasformarsi senza disgregare: la Crisi come passaggio e cambiamento.

Oggi diversamente dal passato si considera “Comportamento Intelligente” quello guidato da progettazione di future possibilità più che da modelli della passata esperienza. Questo fatto che riassume, anche se indirettamente, ciò che si è detto sin ora sulla Rappresentazione del Sé nel futuro, è molto importante quando si interviene in situazioni che necessitano cambiamento e ristrutturazione, sia con un individuo in psicoterapia sia nel caso di un’impresa e un imprenditore che si trovino nell’ineluttabile necessità di gestire un passaggio e una trasformazione, un cambiamento per un migliore adattamento nel futuro.

Ne consegue che si delinei una scala di maggiore o minore efficienza e capacità nel rappresentarsi in differenti scenari futuri; una maggiore o minore capacità di gestire aspettative e volontà rispetto alle risorse e all’esperienza.

 

Crisi come Opportunità

Le situazioni di crisi introducono per definizione la questione del cambiamento.  Ciò che è oggetto principale di ogni cambiamento e trasformazione è in primis la continuità e la sopravvivenza di ciò o di colui che si appresta a entrare più o meno urgentemente in una fase di trasformazione. La questione principale per noi è quella per cui la consapevolezza allarmante (ansia, paura, depressione, angoscia e panico) della crisi non comporta un’automatica consapevolezza di una necessaria e incipiente trasformazione, ovvero di una situazione di cambiamento che seppur generatrice di incertezze non equivale alla fine dell’esistenza e della continuità.

Quando si rende chiara la presenza o l’ineluttabilità di una crisi di un sistema (individuale o meno) l’allarme riguarda la possibilità di una grave se non anche definitiva interruzione della continuità. Insomma si prefigura una terminazione o una trasformazione?  La Crisi può essere anche un’opportunità?

Negli interventi sugli individui come sui sistemi (famiglie, aziende, gruppi o comunità) si può pensare di intervenire secondo un modello che guardi alla Crisi come un elemento della realtà che contiene sempre una dose spesso cospicua di opportunità.

Si può immaginare invero che le Crisi si sviluppino proprio per la necessità di cambiamento e trasformazione. Tale necessità può svilupparsi dall’interno –aspetti evolutivi e di crescita- o dall’esterno –cambiamenti contestuali che esercitano una specifica pressione sul sistema in oggetto-. In ogni caso il risultato produce un Adattamento specifico sia esso efficace quanto inefficace.

Ogni crisi per quanto reversibile porta con sé sempre trasformazione e rinnovamento. In alcuni casi, ovviamente non pochi, la crisi può essere irreversibile e portare alla terminazione, alla fine del percorso.

Nella mia esperienza di Psicologo e Psicoanalista quando un paziente giovane o meno giovane arriva con forti sintomi ansiosi o attacchi di panico intervengo sempre in termini contro intuitivi e dunque invece di lavorare sottolineando i sintomi e la sofferenza e dunque non le risorse del paziente, insisto sulla necessità di guardare ai sintomi allarmanti come il segnale forte di una trasformazione incipiente ed evolutivamente necessaria di cui insieme delineare i contorni e le prospettive.

Questo atteggiamento produce per lo più, se non quasi esclusivamente, successi terapeutici e il consolidarsi di un rapporto molto forte e collaborativo con il paziente. Ciò accade anche in situazioni in cui le aspettative non sono per forza positive (crisi esistenziali o lavorative, separazioni coniugali, lutti o malattie). I

Ipotizzeremo qui che questo possa accadere anche in alcune situazioni che investono l’imprenditore ed i professionisti che lo assistono. Sono molti gli ostacoli psicologici nelle crisi e sono ostacoli specifici degli individui e delle situazioni sovraindividuali (gruppi, aziende, organizzazioni, comunità o istituzioni). Tuttavia sottolineando a chi ci chiede aiuto l’evidenza del “passaggio” (sia esso rituale, evolutivo o obbligatorio per le diverse circostanze) possiamo lavorare sia sulla rappresentazione dello scenario futuro e sulle aspettative, che sul prefigurare e gestire il miglior adattamento (risultato) possibile. In tal senso il lavoro si compone di fasi che ricalcano quelle che in Antropologia Culturale sono le fasi tipiche dei Riti di Passaggio (per questo argomento rimando il lettore interessato ai pionieristici ma ancora attuali lavori di Van Gennep sui riti di passaggio).

Quando un individuo affronta una situazione di passaggio o per noi qui di Crisi possiamo immaginare tre fasi fondamentali che possiamo poi cercare di rintracciare e definire quando lavoriamo con i clienti:

  1. Fase di Uscita
  2. Fase di Margine
  3. Fase di Rientro.

 

La fase di Uscita si può definire in molti modi ma certo rappresenta il momento della consapevolezza della necessità di passare ad una nuova configurazione, una nuova fase evolutiva e identitaria; un momento che può dunque indurre a chiedere aiuto a un professionista della Crisi.

La seconda fase, di Margine, è la fase più delicata che va per altro prefigurata e lavorata sin dai primi incontri. La fase di Margine rappresenta il periodo più o meno lungo o intenso in cui non solo ci si trova nel mezzo di un cammino ma è quella fase in cui regna più o meno sovrana l’incertezza con i diversi gradi di ansia o paura dell’esito incerto o della disattesa delle aspettative.

La terza fase ovvero il Rientro dunque il termine del percorso di trasformazione in cui la nuova Rappresentazione di Sé nel futuro si configura con i risultati del cambiamento e dunque pone il confronto con le precedenti aspettative e ovviamente con la qualità del lavoro fatto nelle fasi precedenti.

Porremo ora attenzione maggiore alla fase di Margine perché proprio nella marginalità ovvero in quel momento di sospensione delle certezze e di possibili paure in cui il nostro lavoro di accompagnamento può fare la differenza per noi come per il committente. La fase di margine non è la testimonianza del fallimento ma è per certi versi la quinta essenza di tutte le trasformazioni ovvero l’incertezza e la mancanza di una chiara definizione presente quanto futura.

E’ il momento in cui si costruisce e definisce il lavoro di chi si pone come esperto della gestione della crisi sia esso un professionista del turnaround o manager  o un medico o uno psicologo o comunque un “esperto” che si prende delega e responsabilità. Si tratta di prendersi la responsabilità di sostenere il cliente nel suo percorso e allo stesso tempo di avere bene in mente che tale assunzione di responsabilità è un credito che possiamo ascriverci e tale credito si esemplifica nella fiducia del cliente e nel suo ascoltarci quando ci interpella.

Il nostro lavoro può dunque essere in situazioni di crisi e cambiamento quello di sottolineare le differenti e più o meno limitate opportunità che sono insite in ogni crisi; ascoltare il cliente e riformulare con lui un nuovo concetto, una nuova Teoria di ciò che è accaduto, sta accadendo e di ciò che ci potremo aspettare. Proprio l’incertezza e l’ansia che essa comporta vanno anticipate e tollerate non come infausti presagi di disastro e totale perdita di senso e identità ma come costituenti irrinunciabili di ogni trasformazione ed evoluzione, il necessario percorso per andare “da A a C” di cui è normale non conoscere i confini ma presagire i rischi.

Dare senso alla crisi significa inoltre avviare una transazione anche indipendentemente dal risultato futuro, aprire un dialogo operativo sul senso e sulle origini della crisi lavorando sin da subito sulle possibili rappresentazioni dello scenario futuro.

Rendere subito consapevoli gli interlocutori della trasformazione e del cambiamento in atto anche al fine di diminuire l’allarme aspecifico di prossima fine. Insomma ogni fase evolutiva si compone di una Separazione dal prima e di una progressiva e non sempre semplice e veloce Individuazione in uno scenario futuro. E’ proprio il percorso che porta alla nuova Individuazione che genera ansie e disperazione, angoscia di fine e di morte ed è dunque  il percorso che ci vede attivi nel nostro lavoro.

Diviene fondamentale costruire e incoraggiare la competenza di essere artefici della gestione del proprio percorso trasformativo anche di fronte ad un esito negativo ineluttabile (per esempio in psicoterapia si può lavorare anche con pazienti molto malati senza che l’imminente fine renda inutile qualunque pensiero o idea o ragionamento cosa che invece permette di mettere in parole contenuti che altrimenti non possono che manifestarsi con sintomi psichici, psicosomatici  o immunitari, anche ingenti). Comprendere anche approfonditamente le ragioni di ciò che accade (il presente) e di ciò che accadrà (Rappresentazione di sé nel futuro e aspettative) permette di creare una teoria di ciò che accade e di legarlo al passato e alle aspettative del futuro generando Senso e non perdita generale e assoluta  del controllo e del senso  delle cose.

 

Dr. Pier Christian Verde, PhD Psychologist
Psicoanalista della International Psychoanalitical Association
Presidente della Fondazione Pensiero e Linguaggio
Consulenza, Ricerca e Clinica in Psicoterapia

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